Il loro posto nel mondo

Lettera di mamma Maria Grazia
Da tempo volevo scrivere lo stato d’animo che prova una mamma e un papà di due figli che si sono trasferiti all’estero per studio e per lavoro. Sentimenti contrastanti divorano il cuore di una madre e di un padre che, per necessità o per opportunità, devono scoccare quella freccia che sono i nostri figli, lontano da casa, dagli affetti e dagli amici.
Come scrisse il poeta Gibran, noi siamo gli archi, dai quali i nostri figli, come frecce viventi, sono scoccati. Difficile certamente! Siamo una famiglia a distanza, che ancora lavora, a volte felici e orgogliosi di ciò che i nostri figli sono riusciti a raggiungere, altre volte tristi e malinconici per la solitudine che proviamo e la consapevolezza che gli anni avanzano.
Oramai sempre più famiglie sono nella nostra condizione, quella di veder partire i propri figli lontano da un Paese che non garantisce loro un futuro. Non è certo quello che ci eravamo immaginati, ma per fortuna ora la tecnologia aiuta a rimanere vicini e in contatto con i propri figli riuscendo a mantenere vivi gli affetti.
A volte ceniamo “insieme” con WhatsApp … raccontandoci le vicende quotidiane. Altre volte attendiamo quel suono inconfondibile di Skype e corriamo felici davanti al computer per vederci negli occhi.
Le esperienze Erasmus, la voglia di avventure e conoscenza, la ricerca della propria identità, il coraggio di buttarsi, non meno importante il problema della ricerca del lavoro e la mancanza di riconoscimento degli studi e dei ruoli, hanno fatto sì che i nostri giovani guardassero ad altre opportunità oltre confine o addirittura oltre continente. E poi si innamorano di ragazzi che, come loro, sono partiti dai loro Paesi per costruire il proprio futuro, la propria identità e trovare il proprio spazio nel mondo. I nostri figli ci dicono di sentirsi figli del mondo. Hanno amici di tutte le nazionalità con i quali condividono casa, lavoro e aiuto reciproco. Sì perché quegli amici diventano una nuova famiglia e il mondo stesso è la loro casa. È un grandissimo arricchimento personale, aiuta ad abbattere le differenze, a rimuovere barriere, a crescere anche e soprattutto culturalmente, socialmente e interiormente.
Anche noi genitori godiamo di questa opportunità di crescita, la nostra mente si apre a nuovi orizzonti e impariamo che esistono altri mondi e persone là fuori con i loro vissuti, le loro fatiche, le loro speranze. Come dicevo, abbiamo due figli all’estero, uno di 31 e l’altra di 25 anni. Nostro figlio appena laureato in enologia, dopo una breve esperienze lavorativa in Italia, nel 2012 decide di partire per l’Australia dove lavora e rimane per due anni. Esperienza molto positiva ma scade il visto. Quindi riparte per Canada, Inghilterra, Cile, California, Sud Africa. Intervalla fra una partenza e l’altra qualche tentativo di fermarsi qui nella “Patria del vino”. Ma a parte brevi esperienze vendemmiali, niente da fare. Se prima come giovane laureato doveva costruirsi un curriculum professionale adeguato, ora è troppo qualificato per le aziende che non “possono” permettersi il lusso di assumerlo e riconoscergli il ruolo che, con molti sacrifici, si è formato in sette anni di esperienze professioni all’estero. Ogni volta riparte con l’amarezza nel cuore, fino all’ultima vendemmia in Italia, dove per riprovare a fermarsi, deve firmare un contratto di lavoro nel quale non viene indicato il titolo di studio ed, a voce, gli viene assegnato un ruolo di responsabile di produzione di ben tre cantine da gestire da solo, non riconoscendogli peraltro né il ruolo né la retribuzione adeguata. Ora nel cuore dell’Europa in Germania, ha finalmente trovato stabilità, frutto di tante fatiche e il suo sogno e la grande passione per il suo lavoro, sono diventati realtà.
Nostra figlia, dopo l’esperienza Erasmus in Spagna, si laurea in Italia. Decide di imparare l’inglese a Dublino dove studia la lingua e lavora per mantenersi. Si iscrive poi ad un master di ricerca in Scienze del Movimento Umano ad Amsterdam dove, con grande soddisfazione e anche fatiche economiche, consegue la laurea e appena dopo un mese, viene assunta come studente di dottorato, all’interno della stessa Università, sulla ricerca del morbo di Parkinson. In quella Università, nostra figlia, impegnatissima tra laboratorio, meeting, conferenze, corsi e presentazioni, ha trovato una valida organizzazione, un ambiente vivace e stimolante dove i docenti incentivano, gratificano e valorizzano gli studenti. I percorsi sembrano lineari e facili ma niente è facile. L’organizzazione del viaggio, le valigie, le partenze, la ricerca della stanza dove dormire, i visti, la lingua da imparare, i pianti trattenuti, le ansie da gestire, gli affetti da lasciare sono tutti ostacoli superati con fatica, sofferenza ma anche con molta determinazione e coraggio da parte loro e nostra, nella speranza che questi nostri figli possano trovare ciò che cercano e soddisfare i loro sogni, sogni molto semplici … il loro posto nel mondo.
Perché in un Paese come il nostro, amato ed apprezzato nel mondo, ricco di storia, cultura, arte e ricerca e tanto altro, i giovani faticano ad essere riconosciuti, a trovare la propria dimensione e ad aver fiducia nel futuro?
Maria Grazia

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